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Il Bagaglino |
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La svolta arriva nel 65. A Milano era nato il Derby, un cabaret di ispirazione francese che vide il debutto di Enzo Jannacci, Cochi e Renato, Lino Toffolo, Bruno Lauzi e tanti altri. A Roma senza molto successo ci provano Maurizio Costanzo con un suo cabaret in via della Vite e il partito comunista con L’armadio, cabaret in uno scantinato di San Giovanni. Ma la battaglia fu stravinta da Il Bagaglino un cabaret nato per iniziativa di un gruppetto di giornalisti romani.
Mario Castellacci era appunto uno del gruppetto: trenta entusiasti sostenitori alla prima riunione, solo sei più un musicista al via diedero origine a quello che diventerà il più famoso cabaret d’Italia. La bizzarra avventura del cabaret cambiò la vita di Mario Castellacci. <<Con lui - scrive nel Foglio del 10 dicembre del 2002 Pietrangelo Buttafuoco, che fu uno dei primi frequentatori del Bagaglino - ci sono 200 mila lire, un musicista di nome Dimitri Gribanovskij e cinque giornalisti Raffaello Della Bona, Pierfrancesco Pingitore, Piero Palumbo, Gianfranco Finaldi e quindi il fascinoso capo della redazione romana del Borghese, Luciano Cirri. Si posizionano in una cantina di vicolo della Campanella in Panico e ci fanno ogni notte un evento da intitolare Bragaglino, in omaggio ad Anton Giulio Bragaglia, l’animatore del futuristissimo Teatro degli indipendenti, ma i soliti eredi dicono no e nasce il Bagaglino...>>. E Oreste Lionello alle prime battute di quell’esordiente controcabaret - così come era stato battezzato dagli autori – rivolgendosi alla Caminito recita: << Quella ‘erre’ ci è cascata, l’abbiamo perduta , prova a dire ‘erre’?>> <<Elle>> risponde Claudia Caminito <<Sentito eredi? Non c’è più>>
Restò Bagaglino, che non significava nulla, una insegna incomprensibile, bizzarra e vuota, che attendeva un contenuto per significare qualcosa, per vivere, come poi è avvenuto, di luce propria. Ma all’epoca ancora non ci credeva nessuno, e meno che mai gli stessi autori, come testimonia il verbale di una delle prime riunioni del circolo. Un verbale pateticamente istruttivo nel quale si scopre che Raffaello Della Bona ammoniva, in apertura della riunione, che solo un’affluenza media di diciotto persone per sera avrebbe consentito di coprire le spese della gestione, escluso, naturalmente , l’affitto dello scantinato.
Pierfrancesco Pingitore, con bell’impeto si dichiara convinto che quel fatidico limite sarebbe stato non solo raggiunto, ma superato di almeno due o tre unità. Mario Castellacci, con olimpico equilibrio si teneva fermo a venti, mentre Luciano Cirri con perentoria baldanza, garantì per un minimo di venticinque.
Queste erano le prospettive che sembravano essere confermate nei primi giorni di spettacolo. <<La cantina fu inaugurata di venerdì, il 23 novembre del 65, e naturalmente essendo lo spettacolo ad inviti fu un successo - ricorda Raffaello Della Bona - ci si preparava al sabato, giorno teatralmente buono. La delusione fu tremenda ed andò al di là delle più nere previsioni: quella sera furono fatte solo 11 tessere. Chiamammo un po’ di amici per fare numero, ma anche gratis non se ne raccolsero più di una quindicina. La domenica ci si organizzò meglio, inoltre erano uscite le prime recensioni che onestamente non furono male. Le tessere furono tredici, ma gli invitati superarono la quarantina. L’inesperienza non aveva fatto pensare a fare riposo il lunedì. Nei giornali era scritto che la cantina era aperta. Tra gli autori serpeggiava una sensazione di sconfitta. Antonio uno dei camerieri suggerì di offrire qualcosa. Si concordò per dei rigatoni all’arrabbiata da offrire all’intervallo. L’orario dello spettacolo era alle dieci ma, a quell’ora, non era giunto neppure uno spettatore. Alle dieci e venti arrivarono le prime quattro persone e vedendo vuoto chiesero se ci sarebbe stato lo spettacolo. Stavano per andare via quando giunse il principe Carlo Giovanelli, che aveva visto lo spettacolo alla prima, accompagnato da una comitiva di dodici persone. Si era giunti a sedici tessere forse sarebbe stato raggiunto il fatidico traguardo. A fine serata le tessere erano 166>>.
Tutto questo accadeva nel novembre del 65: tre mesi più tardi , mezza Roma era gia passata sulle panche del cabaret più scomodo d’Europa. E sei mesi dopo ci era passata l’altra metà. A fine stagione la Roma che contava aveva varcato almeno due volte il portoncino di Vicolo della Campanella. Gli autori erano senza fiato: <<I leoni dorati di Via Fleming e dell’Ottantaquattro, i play-boys esordienti e quelli invecchiati, avevano applaudito fino a spellarsi le mani la loro stessa immagine rimandata dallo specchio deformante di una ironica pedana. Uomini di governo, parlamentari, ministeriali, intellettuali e chierici di vario impegno erano venuti a frotte, sotto falso nome, per assistere alla demistificazione della politica e della cultura. E poi erano tornati senza maschera. Nel dicembre di quel 65 i giornali di tutto il mondo pubblicarono una foto di Jacqeline Kennedy che accompagnata dall’ambasciatore americano presso la Santa sede usciva dal portoncino di vicolo della Campanella dove non erano potuti entrare per mancanza di posto. Si vendeva ogni posto anche seduti sugli scalini della scala di accesso per vedere lo spettacolo dietro una grata. Non a caso il bagliore di un accendino di brillanti di una certa signora Rubirosa, si incrociava con le luci di scena riflettendo un raggio di luce argentea sulla sala impastata di fumo dove una incredibile Gabriella Ferri cantava Er barcarolo>>.
Poi il Bagaglino approda allo storico Salone Margherita. Dalla cantina di Panico il cabaret si trasferiva tra gli stucchi e le specchiere di un fastoso liberty dove Ettore Petrolini aveva recitato il suo “Nerone” e cantato la filastrocca dei “salamini”. E vennero, quindi, i grandi spettacoli televisivi: “ Dove sta Zazzà “ e “Mazzabubu”. E moltissimi altri.
Dal remoto debutto underground del 65 sono trascorsi quarant’anni, il tempo più o meno di due generazioni, ma la voce del Bagaglino non si è più spenta, e l’incomprensibile sigla, che pareva una bizzarria destinata ad una breve occasione, è invece diventata l’insegna di un epoca e appartiene oggi con pieno diritto alla storia del costume italiano. Se il libero spirito del Bagaglino sopravvivrà alla scomparsa di Castellacci, lo si deve al talento e all’ingegno di Pierfrancesco Pingitore, artefice inesauribile di innumerevoli spettacoli dai molteplici successi. Del vecchio cabaret egli fu con Mario il primo tra gli autori e il regista unico ed insostituibile di tutte le stagioni.
E adesso, dispersi ormai lungo i sentieri della terra e del cielo, gli avventurosi amici del principio, Ninni Pingitore rimane il solo legittimo depositario di una originale tradizione teatrale e il garante di una sicura continuità di successo. |
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